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L'esercito 12/09/2002 |
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La scorsa, ormai, estate nel nostro monastero è stata caratterizzata da una notevole presenza di italiani. Tra questi un gruppo di quattro manager brianzoli con i quali ho sviluppato un caldo rapporto di simpatia e ai quali, se mi leggono su queste pagine, voglio inviare un cordiale saluto. Seduti sugli scalini esterni della nostra Chiesa abbiamo discusso su vari temi ed ancora avremmo voluto discutere se ce ne fosse stato il tempo. Ad un certo punto uno di questi amici mi ha posto una domanda che spesso affiora anche con altri pellegrini: non sarebbe forse meglio se invece di ritirarsi nella solitudine meditativa (ASCESI) del monastero, il monaco scendesse nel mondo e svolgesse il suo apostolato in aiuto dei bisognosi? Mi era già stata posta da tre giovani avvocati di Salonicco e non avevo saputo rispondere. Quando, con tranquillità, ci ho riflettuto sopra sono giunto e questa conclusione che considero una rivelazione anche a sostegno ed aiuto di questo mio periodo di prova. Ogni popolo è dotato di una “ FORZA PUBBLICA” che lo tutela da una lungo serie di problemi derivanti da chi agisce al di fuori della legge. In Italia abbiamo i Carabinieri, la Polizia, la Finanza etc. E’ loro dovere operare affinché il cittadino possa vivere in tranquillità la propria esistenza. Operano nel nascondimento e, spesso, cadono vittime nello svolgimento di questa che non temo di definire “missione”. Queste FORZE ci difendono in tutte quelle che sono le nostre legittime necessità materiali e corporali, anche se di queste necessità, magari, noi non ce ne rendiamo conto. E lo fanno senza aspettarsi gratitudine e ringraziamenti; anche quando donano la vita e lasciano famiglia con mogli e bambini tutti noi personalmente e lo Stato, in nostra rappresentanza, siamo avari di riconoscenza. Ma loro, grazie a Dio, continuano ogni giorno con assiduità e fedeltà. Possiamo definire i monaci loro colleghi. Il monaco passa la sua vita non a combattere i malviventi materiali ma le Forze del male spirituali. Si costringe ad una dura disciplina per diventare forte, roccia contro il diavolo a difesa delle anime, del mondo. Questa battaglia non si svolge nelle strade del mondo ma in un’altra dimensione, quella dello Spirito. L’addestramento è molto severo e pone la sua base nella totale rinuncia alla propria volontà e al proprio egoismo: per vincere il diavolo combattono una battaglia che dura tutta la vita contro il proprio EGO. E pregano, pregano incessantemente per tutti, per i cristiani e non, per i bisognosi e non, per conosciuti e sconosciuti, giorno e notte, giorno dopo giorno, notte dopo notte perché Dio nella sua grande misericordia salvi le nostre anime, perché il male venga sconfitto, perché il diavolo venga sconfitto e l’uomo sia libero in Cristo risorto. I monaci non chiedono riconoscenza: lottano incondizionatamente. Questo non significa che quindi ognuno di noi è sollevato personalmente dallo sforzo ti tendere verso Dio; anche nella vita di ogni giorno dobbiamo imporci prudenza o chiudere la porta a chiave. Non esiste salvezza solo merito di terze persone (lascio la casa aperta, tanto c’è la polizia; non mi curo della mia anima tanto c’è chi prega per me). Chi opera nel mondo è immerso nella soluzione dei mille problemi quotidiani. Ci sono religiosi che si occupano di ammalati, indigenti, tossicodipendenti, alcolisti, prostituzione, etc.. E tutto ciò è più che lodevole ma, vi assicuro, molto più facile. Combattere il DIAVOLO, credeteci o meno, presuppone ben altri sacrifici. E qui si scioglie alla fin fine il dilemma: è più importante combattere la situazione di dolore, disagio, difficoltà di un uomo per un ora, un giorno, un anno della sua vita e salvare quindi la sua “carne” umana che un giorno diventerà polvere tra la polvere oppure lottare per salvare la sua anima per l’eternità? E’ indiscutibilmente degno di lode il primo sforzo ma perché ci sembra tanto inutile il secondo? |