Dall’Italia alla “città del cielo”: la Sacra Montagna dell’Athos
di Antonio Frate

Il Monte Athos o Sacra Montagna (Aghion Oros), si trova nel nord della Grecia, costituisce il terzo braccio della penisola calcidica.

In questo territorio sono distribuiti 20 monasteri ortodossi.

Ogni monastero è autonomo dall’altro, ma vi è un organo collegiale formato rappresentanti di ogni monastero, la Ierà Epistasìa, che è competente per alcune questioni comuni.

Il territorio fa parte della Repubblica di Grecia la quale esercita la sua sovranità nominando un prefetto a capo della regione per coordinare le attività amministrative, ma per le questioni attinenti alla vita monastica il territorio dell’Athos gode di piena autonomia.

I monasteri sono solo maschili ed è vietato l’ingresso alle donne ed agli animali di sesso femminile.

Il viaggio sul Monte Athos significa per me il momento finale di un’attesa durata 17 anni. Nel 1988 sono entrato per la prima volta in una chiesa di rito greco (in realtà era la seconda ma nel ’72 avevo 2 anni e passai la liturgia addormentato addosso a mia madre) e da allora è stato un cammino in cui ogni tappa rappresenta una svolta.

Ho considerato sempre la Sacra Montagna una meta che richiedeva un viaggio a sé, preceduto da una speciale preparazione.

Qualche anno fa ho soggiornato a Salonicco per un lungo periodo e, benché mi separassero poche ore dia viaggio da Uranùpoli non mi è mai passato per la testa di recarmi lì.

Il “Santo Monnon si visita nei ritagli di tempo ”. All’inizio sembra che tutto congiuri per scoraggiarti ad andare: la temperatura a 40°, l’umidità vicina al 100% e, sull’autobus che da Salonicco ti porta ad Uranùpoli (l’ultima città prima del territorio athonita), qualche vicino di posto che sprigiona odori repellenti.

Arrivati ad Uranùpoli si respira già aria di confine: il nome significa “la città del cielo”, quasi ad indicare quale sarà la dimensione che aspetta il visitatore lassù sulla Sacra Montagna.

Anche la trafila burocratica mette a dura prova la tua pazienza: devi prima inoltrare richiesta all’apposito ufficio indicando i motivi della visita e poi ottenere il dhiamonitìrion il permesso di soggiorno rilasciato dalla Ierà Epistasìa, una sorta di direttorio dei 20 monasteri presenti sull’Athos.

Finalmente si parte a bordo di una nave che toccherà le coste della penisola. Il primo monastero cui approdo è quello di S. Dioniso. Ad accoglierti viene l’archondàris il monaco addetto a ricevere gli ospiti. Per ristorarti ti offre acqua, lukum (gelatine di frutta) e rakì (acquavite). È lui che ti assegna le stanze (nella foresteria ci sono camere da più posti, rare le doppie, inesistenti le singole) e ti spiega come si svolgerà la giornata: è ufficialmente cominciata l’esperienza nel monastero. Dal momento dell’arrivo fino alla funzione della sera (esperinòs) trascorre qualche ora ed è il momento migliore per guardarti attorno.

Vorresti avvicinarti a qualche kalògheros (così viene chiamato il monaco), ma il tuo sguardo non incrocerà mai il loro. Solo alla fine capisci che per i monaci lo straniero (benché accolto con fraternità) è un’ombra di passaggio, il loro sguardo è diretto oltre la vetta dell’Athos, appunto verso il cielo perché la loro dimensione ha già da un pezzo lasciato questa terra.

Comincia il vespro e, poiché cattolico, posso stare solo in fondo alla chiesa vicino all’ingresso. Da qui scorgo appena la discrepante policromia tra il nero del rasson (la tonaca dei monaci) ed i colori delle icone, il tutto reso ancora più suggestivo dalla luce fioca delle candele, la sola illuminazione consentita all’interno. Terminata la funzione tutti i monaci procedono in fila verso il refettorio (tràpeza). Anche qui l’atmosfera è da liturgia perché il monaco di turno, mentre si pranza, legge brani dalle Sacre scritture. Il pasto (consumato in silenzio per ascoltare la lettura) è frugale ma non scarso: zuppe vegetali, feta, pomodori e pane preparato nel forno del monastero. Il suono di una campanella avverte che la lettura è terminata ed ilpastoè finito.

Nel monastero la giornata è scandita dal sole: comincia quando sorge e finisce quando tramonta. Per ricordartelo ci sono due orologi che segnano i rispettivi orari, l’orario “umano” e quello del monastero. Alzo lo sguardo e vedo che per noi sono le otto della sera, per loro sono trascor dodici ore dall’inizio del giorno.

A formalizzare la chiusura della giornata ci pensa il monaco guardiano che, appunto, serra i battenti del monastero. L’appuntamento successivo per i monaci (per i visitatori non è obbligatorio) è alle tre della notteperl’agrypnìa la funzione notturna.

Quest’ultima si conclude (verso le 7 del mattino) con la celebrazione della messa che, quindi, battezza il giorno appena nato. Giusto il tempo del primo pasto (il secondo ed ultimo è quello della sera ) e bisogna rimettersi in cammino verso un altro monastero perché non è possibile rimanere più di una notte nello stesso.

Queste poche impressioni sono quelle di uno dei tanti visitatori, ma ciò che lascia il segno sono le frasi dei monaci con cui sono riuscito a parlare.

Per chi come lo scrivente si è avvicinato al cristianesimo d’oriente imbevuto di nozioni sulla “diversità etnica, linguistica, religiosa” il principale impatto è stato la (sia pur piccola) varietà etnica e linguistica presente nell’Athos. Dei 20 monasteri 17 sono greci, uno russo, uno bulgaro ed uno serbo. Ciò significa che la lingua ufficiale - cioè della liturgia e delle preghiere - nel monastero varia secondo la distinzione appena fatta.

Anche la provenienza dei monaci quasi sempre rispecchia questa distinzione, ma non necessariamente: cioè un monaco serbo può trovarsi in un monastero greco a condizione che ne rispetti le regole e ne conosca la lingua. Dopo aver preso atto di questa realtà, ho chiesto, ad un monaco archondàris, inglese per nascita e cipriota di origine, se ersità di lingua, nazionalità, ma anche le diverse tradizioni legate all’ortodossia dei loro paesi può pesare sulla quotidianità della vita monastica. La risposta del kalògherosnon ha bisogno, anche per chi non crede, di altri commenti.

“Pesare? All’inizio forse. Quanto al linguaggio, ormai parliamo tutti una lingua ecumenica, quella della preghiera.

E quanto alla patria, l’unica nostra nazione ora è l’Athos anzi la nazione di Cristo”.

Antonio Frate